Privat Air – Autunno 2011
Angelo Galasso persegue la sua missione di cambiare il modo di vestire degli uomini più ricchi del mondo. Rory Ross incontra l’antidoto italiano a Savile Row.
Mi aggiro all’interno della boutique di moda maschile di Angelo Galasso, lo stilista italiano.
Sono circondato da mensole e scaffali risplendenti di camicie dai colori vivaci, giacche, pantaloni e cinture. Non ho mai visto tanti capi sfarzosi stipati tutti insieme in una stanza. Ovunque volga lo sguardo questo si posa su un articolo divertente, un tessuto eccentrico, un capo dal taglio audace. Dimenticate lo stile noioso del classico guardaroba da colletto bianco. Galasso punta rigorosamente a un look che parla di soldi, che dice “Guardatemi, sono arrivato (ma non ho la minima idea di come vestire)”. I capi di Galasso sono per uomini che ieri non sapevano cosa fosse davvero un abito perché non potevano permetterselo ma oggi, diventati improvvisamente straricchi, possono permettersi anche la luna e vogliono che tutto il mondo lo sappia. Se siete un nuovo oligarca e volete un abbigliamento che lo metta in luce, venite da Angelo Galasso.
In fondo al negozio c’è un piccolo bar con una macchina del caffè, un frigorifero e bicchieri da cocktail. “Non considero il mio negozio un negozio”, dice Galasso, “per me è una casa. L’idea è quella di sedersi, bere qualcosa, mettersi a proprio agio e poi guardare i vestiti. Agli uomini piace stare comodi. Sotto questo aspetto sono più egocentrici delle donne.”
Il mio sguardo si posa su una pelle di caimano intera, dipinta con frivolezza in toni arcobaleno e stesa sul tavolino da caffè che ho di fronte. Un elemento di arredo? Uno spunto di conversazione? Qualcosa su cui servire gli stuzzichini? “Serve a far capire ai clienti dove possiamo arrivare con gli abiti su misura”, dice Galasso. Mi sorprende che altri negozi di abbigliamento maschile non usino pelli di caimano nel loro campionario.
Galasso viene dalla Puglia, il tacco dello stivale italiano. I suoi vestiti sono italiani doc per ispirazione, taglio, stile e produzione. Lo stilista ha un solo negozio, quello in cui mi trovo ora, vicino ai grandi magazzini Harrods in Knightsbridge, a Londra. Siamo lontani centinaia di chilometri dalla frontiera italiana, e più di un chilometro e mezzo da Savile Row e Jermyn Street, le tradizionali arterie della moda maschile. La boutique di Knightsbridge è solo l’apripista di un ambizioso quartetto di negozi, con prossime aperture a Mosca, Milano e New York. Quando apriranno? “Entro novembre 2011. È una scadenza molto stretta per creare un brand mondiale. Un quinto negozio a Parigi completerà il quadro”. In seguito, Galasso pensa di espandersi dando il marchio in licenza. Varie marche di lusso internazionali, a partire da Mulberry, prosperano soprattutto grazie alla domanda asiatica. Perciò il fatto che Galasso punti sull’Europa e l’America, proprio ora, sembra un atto di coraggio. Forse i paperoni mondiali aspirano a vestire come italiani del sud? Chissà… forse entrano in gioco anche altri programmi di business?
Galasso risponderebbe che il suo mercato naturale copre il mondo intero, come un’epidermide insensibile alle crisi locali, ai ribassi del mercato e alla recessione. “Molti miliardari, di nuova e vecchia data, vogliono mostrare agli altri la loro opulenza”, si limita a dire. “Con i miei vestiti possono farlo grazie alle cuciture rifinite e la cura dei dettagli, le asole dei bottoni, la concia della pelle.”
Galasso prende un paio di jeans bianchi. “Guardi questo ricamo.” I jeans sono fatti a mano con un tessuto misto di seta e cotone, scaglie d’ambra e squame di pitone. Che Galasso ce l’abbia con i rettili? Prezzo: 2100 sterline. Come straordinario esempio di kitsch miliardario, questo articolo ha tutte le caratteristiche confacenti al mercato del lusso: dà nell’occhio, è costoso, anti-ambientalista e non sostenibile, decisamente inquietante. Per un inglese cresciuto con l’idea che l’uomo più elegante è quello che dà meno nell’occhio, Galasso sembra predicare l’eresia. Stravolge il mio modo di pensare, provocandomi un certo shock culturale. I pantaloni intarsiati di pitone magari si potrebbero indossare in una discoteca di… forse di Almaty, in un impeto di follia. “Sono un’opera d’arte”, dice Galasso imperturbabile. “I miei clienti apprezzano lo stile, l’estro, la qualità. La qualità dev’essere sempre al top.”
Galasso, sui cinquantacinque anni, indossa una delle sue giacche – dalla struttura particolare, allo stesso tempo ampia e stretta – e un paio di jeans chiusi sul davanti con quella che sembra una fila di bottoni di lapislazzuli con il suo monogramma inciso. Ma la caratteristica più evidente dello stilista è la sua personalità prorompente, che riflette in pieno il repertorio dei tratti convenzionalmente attribuiti al maschio italiano meridionale: il fascino, la leggera impazienza, una vena umoristica e una tranquilla indifferenza, come se non potesse importargliene meno di te, o forse sì ma solo se si sforzasse a fondo. Se devi vendere jeans in misto seta con ricamo di pitone per 2100 sterline a botta, il genere di fiducia blasé di Galasso è proprio quello che ti serve. Sospetto, però, che gran parte di questa sua immagine pubblica sia una sorta di spacconeria dietro cui cela parti di sé che le stravaganze del business della moda hanno indurito o ammorbidito.
Galasso prende una camicia, il capo principe della sua collezione. Non c’è una cucitura o un solo dettaglio che non sia stato studiato in modo “maniacale”. I colletti vengono rinforzati con linguette e fermati con bottoni nascosti in modo da restare in forma anche quando la camicia è portata senza cravatta. Ogni camicia è ornata con un monogramma AG ricamato a mano. “Questa racchiude l’insieme di storia, tradizione e idee innovative da cui nasce l’evoluzione”, dice Galasso. “Indossavo una camicia del genere quando ero un ragazzo, in Italia. Vicino al mio paese si trovava un calzolaio, a sei chilometri di distanza uno specialista di jeans e a tre chilometri un sarto. Ho raccolto tutte le loro idee e le ho sviluppate autonomamente.”
Mi mostra i particolari di altre camicie, la cucitura (“La maggior parte delle sartorie mette sette punti per centimetro. Io ne uso dieci, così la cucitura sembra una linea continua”), il profilo, le ribattiture sui fianchi, i variegati bottoni di madreperla, le spalle tagliate e cucite con intorno un leggero plissé. Una camicia sul davanti è tutta ornata da una lunga frangia che ricorda la camicia di un giocatore di snooker; un’altra ha bottoni di cristalli di Swarovski. “Tutti i miei capi di abbigliamento sono realizzati in Italia. Non riuscirei a ottenere abiti così da nessun’altra parte. Sono articoli che richiedono sapienza. Ogni volta che sono costretto a cambiare fabbrica è una tragedia.”
Infine Galasso tira fuori il suo piatto forte: il “polso-orologio”, un’invenzione che permette di tenere l’orologio fuori dal polsino. “Ci sono uomini che spendono milioni per l’orologio e vogliono mostrarlo”, dice, “dopo aver studiato diversi sistemi per renderlo possibile ho ideato il polso-orologio. Un anno dopo mio figlio mi ha detto: “Papà, la tua camicia col polso- orologio si trova al Museo del design di Londra.”
Galasso si è ispirato a Gianni Agnelli, il compianto presidente della Fiat, che a volte indossava l’orologio sulla manica della giacca, come un laccio emostatico. “Un’icona e un creatore di tendenza”, lo definisce Galasso, “non poteva neanche andare al gabinetto senza essere imitato”. Agnelli era convinto che un uomo potesse portare tutto quel che voleva, purché fosse fatto a mano e di prima qualità. Forse Galasso è uno dei pochi uomini italiani abbastanza coraggiosi da emulare Agnelli, che era capace di portare gli stivali sui completi eleganti. Inizio ad apprezzare l’adagio secondo cui le regole sono fatte per essere infrante, e a pensare che dopotutto il gentleman inglese non è l’unica icona di stile nel vestire. “Ho regalato ad Agnelli una delle mie camicie”, dice Galasso, “mi ha detto ‘Grazie ma preferisco il mio vecchio sistema’”. Recentemente ne ho dato una a Lapo Elkann, il nipote di Agnelli. Così la sua eredità è completa.”
La filosofia di Galasso è fedele alla “tradizione italiana dell’abbigliamento maschile di lusso, al taglio napoletano, alla scelta del tessuto e ai metodi di produzione tradizionali. Applichiamo la stessa filosofia e lo stesso sistema a ogni articolo. Poi ogni volta aggiungiamo un tocco originale, un’evoluzione”.
Il taglio napoletano? Le giacche sono confezionate con un’imbottitura, e un sostegno, inesistenti o minimi. Delle spalline morbide scendono naturalmente sulle spalle. Il tessuto è leggero, simile a quello delle camicie.
La spalla è tagliata un po’ più larga all’attaccatura rispetto al giromanica, per essere pieghettata durante la cucitura. Ciò consente di muoversi liberamente.
“Alcune zone di Napoli potrebbero trovarsi a Beirut”, dice Galasso, “ma alcuni napoletani, una rosa ristretta, rappresentano gli uomini più eleganti del mondo, paragonabili agli inglesi. Si vedono bambini di sei anni con il fazzoletto nel taschino e camicie in giro inglese, un tessuto dall’intreccio rado e trasparente, simile a una Garza.
Galasso ha iniziato la carriera nell’abbigliamento maschile mentre lavorava in una banca. Si faceva le camicie da sé. Quando i colleghi hanno cominciato a chiedergli di vendergliele, ha messo in piedi la sua attività e successivamente fondato una linea di moda maschile chiamata “Interno 8”. Nel 1990 “Interno 8” contava 90 negozi in Italia e in Gran Bretagna, che realizzavano oltre “12 miliardi di lire”. Galasso voleva vendere ma al tempo stesso restare il direttore creativo e sviluppare un marchio col suo nome, però la cosa non funzionò. Quando Flavio Briatore, l’ex patron della Formula 1, gli ha proposto di metter su il brand Billionaire Couture, lo stilista ha accettato subito. L’associazione con Briatore ha portato all’apertura di 20 negozi finché il loro rapporto non si è guastato e sono entrati in causa. Il giudizio è ancora pendente; nel frattempo Galasso è andato avanti e ha creato un proprio marchio.
“La moda è molto complicata”, dice, “funziona se c’è dietro una formula, un’anima e una filosofia. Ma se uno di questi elementi viene meno, il marchio a lungo termine declinerà. Dietro ogni nome dev’esserci un burattinaio. Oggi la produzione di Interno 8 è quasi a zero.” Nella maggior parte delle aziende di moda di successo c’è un socio commerciale brillante quanto il socio creativo. Quello che Galasso chiama “black brain”, una sorta di eminenza grigia: Giancarlo Giammetti per Valentino Garavani; Santo Versace per Gianni Versace; Pierre Berge per Yves Saint Laurent; Domenico De Sole per Tom Ford. Galasso ha il sostegno di sua moglie Carlotta, ma la sua eminenza grigia, colui che lo catapulterà sul palcoscenico mondiale, è Alex Altushkin, 23 anni, il cui pane quotidiano sono le miniere di metalli vili in Russia. “Russi e italiani si somigliano”, dice Galasso, “ma gli italiani sono timorosi, i russi no.”
“Mio padre era un cliente del Billionaire quando ha incontrato Angelo”, dice Altushkin. “Ci siamo visti e abbiamo discusso delle prospettive. Ci è sembrato un buon affare investire e cominciare da zero”. Altushkin si è fatto le ossa negli affari dall’età di 17 anni, con la compravendita di azioni e collaborando all’azienda di famiglia. La strategia di gestione del rischio che ha adottato ha permesso all’impresa di superare indenne la crisi finanziaria. “Quando ho visto il marchio Billionaire per la prima volta da Harrods, ho pensato a cosa si dovesse provare a possedere un brand come quello. Il mio background in fatto di economia mi ha aiutato. I mercati finanziari sono supremi livellatori. Ti insegnano a sviluppare il tuo modo di pensare. Il mio approccio all’economia è in grande. Ma avendo lavorato nell’impresa di famiglia riesco ad adottare un approccio di microeconomia nel valutare i progetti. Questa combinazione è un punto forte. Non entro mai su un mercato se non ho un “vantaggio statistico”. Angelo è il mio vantaggio statistico in questo caso. Nessun altro stilista è altrettanto innovativo.”
Ho lasciato il negozio ammiraglio di Galasso ponendomi due domande: Galasso riuscirà a trasformare i suoi abiti in tendenza e Altushkin riuscirà a trasformare i metalli vili in oro? Non vedo l’ora di scoprirlo.